La
storia della Chiesa nell'Africa settentrionale nel II e III secolo
sembra una zona di penombra ove alcuni dettagli, più o meno sicuri,
lasciano intravedere i lineamenti essenziali del quadro. A sprazzi,
brevi lampi di luce, in cui si crede di vedere l'evoluzione storica
confondersi mentre i fatti sembrano organizzarsi intorno ad una figura
di importanza centrale. Così accade per gli avvenimenti relativi al
decennio del 250 intorno a Cipriano.
Egli ci appare come un personaggio tutto di un pezzo: una conversione senza compromessi, una sicurezza di sé che non si spiega pensando semplicemente alla sua indole, un pensiero nel contempo complesso e coerente; il tutto in mezzo a persecuzioni, controversie e polemiche che rinascevano su fronti inattesi, stranamente simmetrici, quasi che volessero metterlo alla prova e forzarlo ad approfondire ciò che, non senza qualche irrigidimento talora dettato dal suo amor proprio, egli giudicava centrale nella sua missione di vescovo.
Il martirio ha forse pacificato queste tensioni ? La gloria ha semmai fatto di Cipriano nel suo paese un segno di contraddizione. Per troppo tempo, e forse ancora oggi, la sua dottrina è stata fatta oggetto di interpretazioni forzate, a scapito dell'esatta comprensione dello spirito che la animò. L'episcopato di Cipriano coincide, più o meno, con il parossismo della crisi multiforme che sembra presagire la crisi dell'Impero e, agli occhi del vescovo, la rovina stessa del mondo. L'Africa, da molto tempo in pace, ricca della sua agricoltura e di quella elegante civilizzazione urbana che è ben simboleggiata dalla sua capitale Cartagine, si trova ora coinvolta nelle lotte tra imperatori rivali (sacco di Cartagine nel 238) ed assalita dalle rivolte e dalle incursioni dei barbari del sud.
Per ragioni difficili a cogliersi, la Chiesa in questa regione conosce una rapida crescita e l'istituzione si infoltisce (all'epoca dei Severi ci sono 70 vescovi di e della Proconsolare in occasione di un concilio che definisce la dottrina della Chiesa africana a proposito del battesimo degli eretici; al tempo di Cipriano ci sono note almeno 135 sedi vescovili, la cui densità, come la presenza romana, si indebolisce da est a ovest dopo Cartagine che esercita un primato di fatto). Tuttavia, ad un così grande successo, alla vasta fioritura che aveva dato all'antica cristianità di lingua latina il suo primo autore originale, Tertulliano (malgrado il suo passaggio allo «scisma», Cipriano non smetterà mai di chiamarlo maestro, magister), si accompagna - o per lo meno Cipriano se ne lamenta - un certo rilassamento morale in un popolo cristiano sempre più numeroso, molto mescolato ormai - anche tra gli stessi vescovi - sul piano sociale, culturale e spirituale. Le eresie di tipo gnostico sembrano aver perduto la loro virulenza; le persecuzioni, che fino ad allora erano consistite in pogroms spontanei ed in atti di repressione locale, si sono assopite da alcuni anni. Proprio in questo contesto complesso e articolato, bisogna inquadrare l'attività pastorale e la santità di Cipriano.
Numidia
san Cipriano al lavoro (in alto) e san Gregorio
mentre scrive il panegirico di san Cipriano (in basso). Manoscritto se.XIV.
Egli ci appare come un personaggio tutto di un pezzo: una conversione senza compromessi, una sicurezza di sé che non si spiega pensando semplicemente alla sua indole, un pensiero nel contempo complesso e coerente; il tutto in mezzo a persecuzioni, controversie e polemiche che rinascevano su fronti inattesi, stranamente simmetrici, quasi che volessero metterlo alla prova e forzarlo ad approfondire ciò che, non senza qualche irrigidimento talora dettato dal suo amor proprio, egli giudicava centrale nella sua missione di vescovo.
Il martirio ha forse pacificato queste tensioni ? La gloria ha semmai fatto di Cipriano nel suo paese un segno di contraddizione. Per troppo tempo, e forse ancora oggi, la sua dottrina è stata fatta oggetto di interpretazioni forzate, a scapito dell'esatta comprensione dello spirito che la animò. L'episcopato di Cipriano coincide, più o meno, con il parossismo della crisi multiforme che sembra presagire la crisi dell'Impero e, agli occhi del vescovo, la rovina stessa del mondo. L'Africa, da molto tempo in pace, ricca della sua agricoltura e di quella elegante civilizzazione urbana che è ben simboleggiata dalla sua capitale Cartagine, si trova ora coinvolta nelle lotte tra imperatori rivali (sacco di Cartagine nel 238) ed assalita dalle rivolte e dalle incursioni dei barbari del sud.
Per ragioni difficili a cogliersi, la Chiesa in questa regione conosce una rapida crescita e l'istituzione si infoltisce (all'epoca dei Severi ci sono 70 vescovi di e della Proconsolare in occasione di un concilio che definisce la dottrina della Chiesa africana a proposito del battesimo degli eretici; al tempo di Cipriano ci sono note almeno 135 sedi vescovili, la cui densità, come la presenza romana, si indebolisce da est a ovest dopo Cartagine che esercita un primato di fatto). Tuttavia, ad un così grande successo, alla vasta fioritura che aveva dato all'antica cristianità di lingua latina il suo primo autore originale, Tertulliano (malgrado il suo passaggio allo «scisma», Cipriano non smetterà mai di chiamarlo maestro, magister), si accompagna - o per lo meno Cipriano se ne lamenta - un certo rilassamento morale in un popolo cristiano sempre più numeroso, molto mescolato ormai - anche tra gli stessi vescovi - sul piano sociale, culturale e spirituale. Le eresie di tipo gnostico sembrano aver perduto la loro virulenza; le persecuzioni, che fino ad allora erano consistite in pogroms spontanei ed in atti di repressione locale, si sono assopite da alcuni anni. Proprio in questo contesto complesso e articolato, bisogna inquadrare l'attività pastorale e la santità di Cipriano.
Numidia
san Cipriano al lavoro (in alto) e san Gregorio
mentre scrive il panegirico di san Cipriano (in basso). Manoscritto se.XIV.

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