Ripensando a qualche lettura passata (non ricordo il titolo del libro o dei libri), questa notte, quasi sulle soglie del giorno, mi sono alzato, e ho percorso gli spazi "scaffalati" della Biblioteca di Celso, ho superato il lungo corridoio per giungere nella zona circolare dei pensieri, il luogo del cogitare. Riflettendo sulla fine in generale, "alla fine" non ho potuto far finta di niente, e ho dovuto accertare, quasi sigillare, paradossalmente, l'affermazione;la fine ha avuto un inizio, qualsiasi essa sia. Pero' mi sono posto anche molti altri quesiti, riguardo alla fine, e non ho potuto nuovamente evitare, la scissione impostami dalle categorie del mondo. Dunque, da bravo ex scolaretto di Aristotele, ho cominciato a creare delle classi, delle vere e proprie stanze, livelli, fino a raggiungere Platonicamente, il passaggio mi sia legittimato, alla non fine, e alla sua apparenza. Cosa noi interndiamo per fine? E cosa noi intendiamo per inizio? La fine si capisce dal suo inizio; il problema è stabilire quando una determinata cosa ha inizio, e quando questa cessa di essere. Prendiamo un libro, antico o no, non importa adesso. Titolo, capitoli, e fine del libro. Ma è veramente la fine per quel libro? Per quello che contiene? Non ci sarà un'altra persona oltre me, oltre te, oltre qualcun'altro, che lo andrà a rispolverare, e dargli dunque un altro inizio, e poi un'altra fine apparente? Non possiamo chiamarla nemmeno fine materiale, non credo più alla fine totale, c'è sempre poi un altro inizio che cancella una possibile fine, si ma fine di cosa? Di un'epoca? Di uno? mondo Di una generazione?Di un'idea (a no l'idea resta esclusa, essa permane sempre, anche quando la dimentichiamo, resta solo il suo inizio) Di un tempo? L'esame si sposta allora sull'individuo, necessito di questo spostamento di mirino. Eccomi oggetto, soggetto del mio ragionare. Se dovessi prendermi in esame seriamente, allora dovrei pormi all'inizio della mia esistenza. Ma non ho notizie prima del mio "essere", e cio' è possibilissimo, e resto quindi senza inizio. Sono venuto al mondo, ma la potenzialità di questo venire, puo' sopperire all'inizio vero e proprio..Non voglio certo dire che io sono sempre stato, mi sembra eccessivo. Anzi, tutti noi siamo sempre stati "possibili", e questo cambia abbastanza. Qui non voglio parlare di teologia, non è il caso opportuno, anche perchè sono partito da una riflessione scevra da pensieri teologici, anche se qualcuno, anzi piu di uno, leggendo queste righe potrebbe affermare senza problemi, che be, insomma, un pizzico di teologia ci stava pur bene, ma non è il caso semplicemente perchè, questo mio analizzare l'inizio e la fine, è partito da quello che è fuori ogni discussione teologica. Se dovessi porre il motore immobile, allora potrei smettere di scrivere, se dovessi porre Dio, tutto quello che è , e che decade, verrebbe assorbito dalla sua eternità, se dovessi porre l'Uno di Plotino, mi fermerei a lui, per guardare tutto da lassù, ma non è questo il momento. Allora prendo in esame l'inizio e la fine di un tempo...Il tempo della vita. L'adolescenza ad esempio, ecco il tempo che piu' mi spinge a riflettere sull'inizio e sulla fine di un tempo, o meglio, di un essere nel tempo....CONTINUA.
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